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Dopo 60 anni di sangue, la conferenza di Annapolis fra israeliani e palestinesi rappresenta l'ennesimo, disperato tentativo di portare pace e stabilità in una regione devastata dai conflitti.
I territori occupati, i profughi, la questione delle frontiere e delle colonie, l'acqua, lo status di Gerusalemme, saranno i temi caldi dei negoziati che coinvolgeranno le diplomazie mondiali per i prossimi mesi, forse anni.
Se sia stato finalmente imboccato il sentiero della pace lo dirà la storia. In pochi ci credono. In molti ci sperano.
Postato 28/11/2007
alle ore 01:15
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In una notte dell'anima veramente oscura sono sempre le tre del mattino, giorno dopo giorno.

Francis Scott Fitzgerald
Postato 18/11/2007
alle ore 02:51
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In un articolo recentemente apparso su la Repubblica, Ilvo Diamanti trae spunto dalla triste vicenda dell'omicidio di Meredith per riflettere sul particolarissimo universo delle decine di città universitarie che costellano il nostro paese, le sue contraddizioni, il difficile rapporto fra una presenza studentesca talvolta invasiva e il tessuto cittadino ospitante. Pensando a Perugia come alla minuscola Urbino, Diamanti descrive una sorta di sindrome da “spaesamento”, comune ai piccoli centri urbani dotati di grossi atenei. I vecchi abitanti non percepiscono più la città come “propria” e, complici i prezzi esorbitanti degli immobili in affitto, preferiscono trasferirsi in periferia, abbandonando il centro storico alla vorace espansione della comunità studentesca. Una comunità che vive di regole proprie, consuetudini e comportamenti non sempre compatibili con quelli della popolazione autoctona.
Quartieri di consumatori e utenti di servizi, ma non di cittadini. Gli studenti fuori sede non eleggono il sindaco, il quale spesso guarda alla loro presenza come a un impiccio più che a una risorsa. Con le loro rappresentanze costituiscono un forte e nutrito gruppo di pressione per i governi degli atenei (i cui bilanci sono talvolta ben più corposi di quelli dei comuni che li ospitano) e per le amministrazioni regionali (alle quali sono demandati compiti di gestione del diritto allo studio universitario), ma è come se non esistessero per le giunte cittadine. Col tempo estirpano progressivamente le proprie radici dalla vecchia terra di origine, senza però affondarne altre nella nuova. Il risultato è una sorta di comunità di giovani “apolidi”, domiciliati non residenti, autoprivatisi di ogni certezza e scaraventati poco più che diciottenni in un mondo senza regole.
Un contesto sociale, quello delle piccole città universitarie, in grado di produrre mostri. Un retroterra che “rende possibili” e “spiegabili” fatti come la tragedia di Perugia. La lontananza dalla famiglia, dalle istituzioni, dalle regole, favorisce la perdita di qualsiasi punto di riferimento, genera disorientamento e, soprattutto, solitudine. Perfino il nido domestico, considerato fonte di certezze assolute negli anni della fanciullezza e della vita in famiglia, diventa elemento di ulteriore precarietà. Uno studente fuori sede cambia casa diverse volte in pochi anni e l’appartamento preso in affitto, pur pagato profumatamente, rimane sempre provvisorio, incerto, temporaneo. Nel continuo trasloco degli effetti e degli affetti sta il paradosso di una instabilità perpetua, una sensazione di viaggio continuo che accompagnerà l’individuo lungo tutti gli anni della giovinezza.
Un mondo senza limiti, dunque, una comunità fluida dove gli amici, la casa e gli affetti vanno e vengono, dove le relazioni sociali perdono ogni tipo di stabilità, dove migliaia di individualità si incontrano senza instaurare alcun tipo di legame. La personalità propria dell’individuo svanisce progressivamente a favore di un universo alienante, nel quale si continua ad esistere solo in funzione del nuovo contratto sociale che si firma facendo ingresso nel luogo, o meglio del “non luogo”, nel quale si è costretti giocoforza a traslocare.
Postato 17/11/2007
alle ore 03:12
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Mentre il governo discute intorno a una proposta di legge di regolamentazione dei blog in rete, certa opinione pubblica comincia ad interrogarsi, dal basso, sull'opportunità che il nostro paese si doti dell'unico provvedimento legislativo realmente urgente sul tema della libertà di espressione: l'abolizione dell'ordine dei giornalisti.
E', del resto, una vergogna tutta italiana che ancora oggi, per esercitare la professione del giornalista, occorra essere iscritti a un albo. Già nel 1945 Luigi Einaudi scriveva a tal proposito che “l’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero".
Quando nel 1963 una legge dello stato introdusse il sistema vigente, resuscitando sostanzialmente l'ordinamento corporativo creato nel 1927 sotto il regime fascista, per la libertà di espressione nel nostro paese suonarono le campane a morto. La sentenza mediante la quale, nel 1968, la Corte Costituzionale dichiarò la legge perfettamente coerente con l'art. 21 della Costituzione completò il triste quadro della regolamentazioe della libertà di espressione in Italia.
Anzichè correggere questa sorta di vergogna storica che grava sul sistema dei diritti nel nostro paese, un governo "progressista" crede nel 2007 che sia anche solo tecnicamente possibile regolamentare l'irregolamentabile, vale a dire quell'immenso patrimonio di milioni e milioni di appassionati che con la loro creatività affollano la blogosfera. Operazione peraltro del tutto priva di senso, per ragioni logiche, prima ancora che politiche e sociologiche.
Per sua natura, la rete è assolutamente incontrollabile e incensurabile. Un regime regolamentare fatto di permessi e registrazioni a suon di carte bollate, se può funzionare sugli strumenti di comunicazione a supporto cartaceo, risulta completamente inefficace su quelli di natura telematica. Troppo grande il numero di potenziali operatori, troppo distanti i tempi della burocrazia amministrativa da quelli del metabolismo delle informazioni in rete, troppi i sistemi possibili per aggirare i divieti. E, soprattutto, troppo drastica l'incompatibilità fra il regime delle registrazioni e i meccanismi di diffusione delle notizie on line. Se voglio sfuggire all'insopportabile travaglio burocratico che il mio paese mi impone per aprire un sito, mi basta hostare il tutto su un server straniero e il gioco è fatto. Immaginare che un banale ufficio registri o qualsivoglia meccanismo di censura preventiva possa tenere il passo alla rete è un esercizio di stile intellettuale nel quale soltanto qualche sprovveduto ministro avrebbe potuto avventurarsi.
Postato 11/11/2007
alle ore 00:21
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Dopo lo tsunami che si è abbattuto nelle scorse settimane sulla mia casa pisana, la fuga dei proprietari ha riportato la calma in un appartamento trasformatosi per troppo tempo in un campo di battaglia.
La cucina sveste i panni della cripta basiliana quale era diventata e torna ad ospitare facce giovani e cordiali. Apriamo le finestre, un temerario raggio di sole fa capolino sul tavolo tondo al centro della stanza.
Preparo una tazza di thè. Penso alla credenza che va rimpinguata perchè mette tristezza, al mio ripiano vuoto del frigo che invonde pessimismo. Buttiamo via le uova scadute, rimettiamo i sacchi della raccolta differenziata dov'erano prima del diktat di ottobre.
Torniamo a respirare aria di casa..
Postato 10/11/2007
alle ore 15:08
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C'è chi ha bollato Magic, l'ultimo album in studio di Bruce Springsteen, come uno dei lavori più commerciali nella discografia del boss. E in effetti, dopo ben 15 dischi e una carriera più che trentennale, che la vena creativa dello storyteller dell'altra america potesse andare lentamente affievolendosi era facilmente prevedibile. 
In realtà, messa da parte la copertina del CD, già a un primo ascolto distratto le 11 tracce di Magic non dispiacciono affatto. L'energico e sferzante incipit di Radionowhere preannuncia emozioni certamente non all'altezza dei fasti di Born To Run e Born In The Usa, ma perfettamente in linea con gli ultimi frutti del consumato connubio con la storica E-street Band. Gli ingredienti ci sono tutti. Ci sono i poderosi riff di Nils Lofgren e "Little Steven" Van Zandt, il sax un po' sbiadito ma ancora struggente e vitale di Clarence Clemons, il pulsante incalzare della batteria di Max Weimberg e, ovviamemente, la voce graffiante del boss. Ci sono ancora l'eco delle dustbowl ballads di Woody Guthrie e gli ammiccamenti al blues-country-rockabilly del leggendario Jonny Cash.
Non un capolavoro, certo. In compenso, un album gradevole con 11 tracce orecchiabili da sparare nelle casse senza pensarci troppo su e soprattutto da cantare nella folla di uno stadio in delirio. In fondo, fra le aspettative di milioni di fan e le asfissianti esigenze del mercato, non potevamo aspettarci molto molto di più da uno Springsteen ormai alla soglia dei sessant'anni.
Dopo lo struggente Devil's and dust e il capolavoro assoluto We Shall Overcome, del resto, glielo potevamo pure concedere.

Postato 06/11/2007
alle ore 22:02
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La reazione di gran parte dell'opinione pubblica italiana al tragico episodio di Tor di Quinto dimostra quanta strada rimanga ancora da percorrere nel nostro paese per una piena integrazione degli stranieri nel sistema di valori in cui viviamo. Flussi migratori la cui portata ha raggiunto negli ultimi anni cifre mai viste hanno trovato completamente impreparata un'Italia alla quale, fino a qualche decennio fa, fenomeni di questo tipo erano pressochè sconosciuti.
Cavalcare l'onda del sentimento popolare, alimentando l'odio e l'intolleranza, diventa strumento di fin troppo scontata, populistica propaganda da parte di una destra immatura e irresponsabile. Rigurgiti razzisti e xenofobi, sempre in agguato in un paese che fu di emigranti, ancora incapace di fare i conti con la propria memoria, riempiono le cronache quotidiane e mostrano al mondo il volto peggiore di noi stessi.
E' giusto punire chi non rispetta la vita umana e delinque. Guai a cadere nella retorica di chi fa di tutta l'erba un fascio e tenta di colmare il vuoto della propria coscienza issando bandiere ideologiche contro il "diverso".
Postato 04/11/2007
alle ore 14:50
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Cari studenti,
la fretta con la quale ciascuno di noi è stato costretto a concludere l'ultima seduta del Consiglio degli Studenti non ci ha consentito di congedarci con la serenità che un'occasione di questo tipo avrebbe meritato. Non mi resta, quindi, che sfruttare gli indubbi vantaggi dello strumento telematico per offrire il mio ultimo contributo da rappresentante degli studenti a una discussione sull'organo che per due anni ho avuto l'onore di presiedere.
E' stato, quello appena trascorso, un mandato di transizione. Pur con fatica e con gli ovvi dissensi interni abbiamo cercato di trasmettere ai rappresentanti che verranno un regolamento di funzionamento che abbia quantomeno il placet del Senato Accademico per potersi definire tale. Nella Commissione per lo Statuto di Ateneo abbiamo fatto presente alcune delle criticità più evidenti nell'attuale inquadramento statutario del Consiglio. Finalmente, dopo quasi dieci anni, abbiamo chiesto ed ottenuto che un ufficio di segreteria si occupasse della gestione delle pratiche amministrative connesse al corretto e regolare espletamento delle funzioni del Consiglio, attribuendogli, di fatto, una dignità istituzionale della quale precedentemente era privo.
Ripristinate le necessarie condizioni di contorno, abbiamo cercato di adoperarci per rendere l'azione del Consiglio più incisiva sul piano dei contenuti. Il ruolo propulsivo in sede di stesura del nuovo regolamento sulla contribuzione studentesca e di quello sugli studenti lavoratori, i finanziamenti richiesti e stanziati per la manutenzione straordinaria delle aule studio, la puntualità con la quale si è proceduto a dare risposta alle richieste di parere inoltrateci dalle strutture amministrative (ha purtroppo fatto tristemente eccezione l'ultimo parere sulle modifiche al Regolamento Didattico di Ateneo), il successo della Conferenza Nazionale delle Città Universitarie, tenutasi recentemente nella nostra città, hanno messo in evidenza come anche in un organo composto da soli studenti si possa produrre un'elaborazione politica di buon livello, pur con le ovvie difficoltà derivanti dalla struttura stessa del Consiglio e dalle tradizionali rivalità interne tra liste.
Non sono mancate, inutile nasconderlo, difficoltà di ogni tipo. Eletto presidente nel dicembre di due anni fa, ho subito avuto l'impressione di essere stato scaraventato nel vuoto istituzionale di un organo che esisteva soltanto nella forma, privo di qualsiasi capacità pratica di influenzare le scelte strategiche del nostro ateneo. Il ripristino del naturale rispetto delle funzioni statutarie ad esso attribuite ha richiesto fatiche a non finire, costringendomi a lunghissime peregrinazioni tra gli uffici e a manifestazioni di dissenso di cui spesso ho riferito in Consiglio. L'inefficienza nella gestione delle pratiche amministrative è stata in gran parte risolta, ma molto c'è ancora da fare per consentire all'organo il superamento di quella storica autoreferenzialità che non ha fatto altro, negli anni, che renderlo del tutto avulso dalla realtà e ben lontano dai problemi che gli studenti vivono giorno per giorno fra le aule universitarie. A mio avviso, la riforma del regolamento elettorale del Consiglio (che lo renda finalmente eleggibile in maniera diretta) e una revisione dell'Art.16 dello Statuto di Ateneo, che gli attribuisca maggiori poteri nel campo della gestione dei servizi agli studenti e della valutazione interna della nostra università, costituiscono una "conditio sine qua non" imprescindibile, in assenza della quale mantere in vita un'assemblea di più di cinquanta membri, con tanto di gettoni di presenza e personale di segreteria, non avrebbe, a ragioin veduta, alcun senso.
Sperando di essere riuscito a dare degna rappresentanza agli studenti che mi hanno eletto, vi auguro tanta buona fortuna e vi saluto con affetto.

Antonio Santoro
Postato 01/11/2007
alle ore 16:55
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