Per caso sono ripassato da queste parti e mi sono accorto che non aggiorno più il blog da due mesi e mezzo esatti.
Nel frattempo un altro anno se n'è andato, insieme con uno dei peggiori presidenti nella storia degli Stati Uniti. Il mondo è cambiato, l'Italia è rimasta sempre uguale.
Io, nel mio piccolo, ho dato un paio di esami.
Video dell'anno: Pete Seeger canta Woody Guthrie alla folla del Lincoln Memorial..
Stasera alcuni milioni di cittadini stanno per decidere il destino del mondo. In questa lunghissima notte elettorale approfitto dell'attesa condita di ansia e fiducia per scrivere un post. Non ho mai creduto nella retorica del "chiunque vinca non cambia nulla" e sono fermamente convinto delle profonde differenze che dividono i due candidati. Da un lato una politica di redistribuzione del reddito e la copertura sanitaria per tutti i cittadini, maggiori investimenti per le energie alternative, una exit strategy per l'Iraq e il ritorno al multilateralismo negli affari internazionali. Dall'altro l'ulteriore riduzione delle tasse per i ricchissimi, il rilancio del petrolio e del nucleare, la guerra permanente fino alla vittoria a tutti i costi e la politica del "con me o contro di me" nei rapporti con gli altri stati. Una scelta di campo tra due modi diamentralmente opposti di concepire il governo della più grande potenza mondiale di fronte alla quale, forse, è difficile rimanere indifferenti.
Stanotte il verdetto delle primarie svelerà finalmente il nome dello sfidante democratico per le prossime presidenziali americane.
In campo democratico (onde fugare ogni dubbio: io spero che il prossimo presidente degli Stati Uniti sia un democratico) sarebbe superflua qualsiasi considerazione sulle (sfumatissime) differenze tra i vari candidati. Come ha scritto Alessandro Portelli, se si mettono da parte alcuni (interessanti) elementi simbolici, i programmi sembrano tutti equivalersi, le discordanze sfumarsi e compensarsi a vicenda.
Hilary ha dalla sua parte la circostanza (non trascurabile) di essere la prima potenziale donna candidata alle presidenziali americane. Obama, ovviamente, quella di essere un afroamericano. Perfino John Edwards avrebbe avuto dalla sua qualche interessante connotazione biografica, essendo nato in una famiglia povera e avendo fatto della lotta contro la povertà un cavallo di battaglia della propria esperienza politica. Rispetto a Bush e alla corte dei miracoli di cui si è circondata l'amministrazione che da otto anni orrendamente condiziona il destino del mondo, sarebbe già un cambiamento notevole (intendiamoci: sempre di America stiamo parlando..).
In ogno caso, io voterei per Obama. In fondo la carica emotiva e persuasiva con la quale sta trascinando verso di sè il consenso di tanta parte della società civile americana, le aspettative e i sogni che infonde nel cuore della gente, lasciano sperare che davvero possa essere lui il candidato del cambiamento.
Staremo a vedere..
Intanto, aspettando i numeri, sentite cosa si canta dalle parti di Seattle..