In ben 12 anni di storia, il festival La Notte Della Taranta è riuscito ad affermarsi nel tempo come una delle operazioni di promozione territoriale più efficaci che la politica abbia mai saputo concepire in Italia. Catalizzando attorno a sè energie e risorse crescenti, ha stuzzicato sempre più l'attenzione dei media e l'interesse del pubblico, proponendosi a pieno titolo quale vero e proprio volano di sviluppo di un intero territorio.
Se tuttavia l'efficacia mediatica dell'evento ha prodotto risultati ragguardevoli, ciò che non ha saputo dimostrarsi all'altezza di cotanta fortuna pare sorprendentemente proprio la qualità della produzione musicale dei “concertoni”. Una costante approssimazione nel “rimaneggiamento” del repertorio popolare, la cronica mancanza di originalità negli arrangiamenti, se si escludono alcune interessanti ma sporadiche eccezioni, hanno caratterizzato quasi tutte le edizioni del prestigioso festival salentino. Il ricorso sistematico ad ospiti “di grido”, attinti al panorama del mainstream nazionale, ha solo talvolta colmato le lacune di uno spettacolo complessivamente gravato da una strutturata e patologica tendenza alla ripetitività.
Da questo punto di vista, il grande e pomposo concertone melpignanese che ha chiuso l'edizione 2009 del festival, ultimo atto della serie affidata al maestro concertatore Mauro Pagani, avrebbe certamente potuto tracciare un segnale più confortante di rinnovamento in vista dei prevedibili stravolgimenti del prossimo anno, anzichè risolversi in un clamoroso passo indietro rispetto ai buoni auspici della scorsa edizione. Intendiamoci, nessun orrore dal palco di Melpignano. Solo un generale e ostinato vuoto di idee, talvolta imbarazzante, che fa rimpiangere il tanto discusso Sparagna di qualche anno fa. La tecnica di riproposizione dei brani della tradizione è più o meno sempre la stessa. La linea melodica della maggior parte dei pezzi è lasciata immutata, mentre intorno vengono ricamati gli orpelli strumentali più svariati. Il tutto condito da una batteria a tratti martellante e da un uso disinvolto e poco attento delle voci che mortifica la raffinata varietà delle sfumature vocali tipica del repertorio popolare salentino. Anche la scelta degli ospiti appare indecifrabile. Spiccava quest'anno la presenza di Alessandra Amoroso, popolare vincitrice del noto concorso televisivo, la cui pertinenza rispetto agli obiettivi dichiarati dagli organizzatori del festival di “prendere la marginalità e farla diventare un valore” appare quanto meno discutibile.
Un'occasione mancata, insomma. Una chiusura del triennio di transizione affidato al maestro Pagani, nonchè della lunga era Blasi, che avrebbe potuto essere in grande stile e invece lascia l'amaro in bocca. Una serie di nodi rimangono da sciogliere, dal ruolo non ancora chiarito della neonata fondazione agli obiettivi della pianificazione culturale di cui si fa portavoce l'evento melpignanese, che non possono risolversi in una grande notte di festa una volta all'anno. Ancora oggi manca un archivio dei brani della tradizione salentina completo e facilmente accessibile. Non v'è traccia di una scuola di musica in grado di dare continuità alle esperienze proficuamente messe in rete nelle notti d'agosto. Non esiste alcun esperimento discografico capace di farsi strada fra le centinaia di pubblicazioni per lo più di bassa qualità che ormai costellano il panorama delle produzioni salentine e di varcare la frontiera del mainstream nazionale. In compenso, c'è la sfida vinta della promozione territoriale di cui va certamente dato atto ai protagonisti di questa incredibile avventura.
“E' giunta l'ora di ripensare la Notte Della Taranta”, ha sentenziato qualcuno. Superata la stagione dei messianismi, chissà che l'anno prossimo non possa essere finalmente la volta buona.
Per caso sono ripassato da queste parti e mi sono accorto che non aggiorno più il blog da due mesi e mezzo esatti.
Nel frattempo un altro anno se n'è andato, insieme con uno dei peggiori presidenti nella storia degli Stati Uniti. Il mondo è cambiato, l'Italia è rimasta sempre uguale.
Io, nel mio piccolo, ho dato un paio di esami.
Video dell'anno: Pete Seeger canta Woody Guthrie alla folla del Lincoln Memorial..
In questi giorni non sono molto in forma fisicamente, ho tante cose da fare e ben poche da raccontare. Lascerò comunque qualche immagine che lenisca la noia del lettore occasionale in mia assenza.
Ecco un'altra piccola carrellata di scatti dall'ultima serata della sesta edizione del Pisa Folk Fest.
In una notte dell'anima veramente oscura sono sempre le tre del mattino, giorno dopo giorno.
Per chissà quale strano scherzo del destino, il giorno del mio compleanno coincide quasi sempre con una delle serate (in questo caso quella inaugurale) del Pisa Folk Festival. Circostanza che, in qualche modo, rafforza il mio attaccamento a questa piccola creatura che ho visto crescere pian piano di pari passo con la mia carriera universitaria.
Non so cosa aspettarmi da questi miei ventisette anni. Domani daremo finalmente il via alle danze e per adesso preferisco pensare alla musica. Almeno stanotte.
Anche quest'anno, il Pisa Folk Festival torna in grande stile con un programma all'insegna della qualità e della festa. Per cinque giorni (dal 28 maggio al 1 giugno) i ritmi e le note della tradizione riecheggieranno fra le aule universitarie e le strade della città per quello che è ormai diventato a tutti gli effetti "un classico della primavera pisana".
Il programma:
Pisa Folk Festival 2008
28 maggio - 1 giugno
Negli ultimi anni in Italia si è sviluppato un vero e proprio “movimento” di recupero e riproposizione delle musiche della tradizione popolare. Questo fenomeno, sviluppatosi al di fuori dei canali ufficiali di diffusione musicale, coinvolge ormai migliaia di persone, che ritornano agli strumenti e ai ritmi della tradizione, spesso ripartendo dal contatto con gli anziani “cantori” ancora presenti.
Giunto alla sesta edizione, il Pisa Folk Festival propone anche quest’anno una serie di esibizioni musicali che mettono a confronto Otello Profazio, il grande “patriarca” del folk revival nazionale, alcuni gruppi che tematizzano un legame stretto con le forme della musica tradizionale, e altre esperienze che incrociano linguaggi musicali di diversa estrazione.
28 maggio - Polo didattico “Carmignani”, piazza dei Cavalieri
presentazione del volume con cd allegato: Al di qua del Poggio. Canti di tradizione orale ricordati e interpretati nel territorio di Pelago
di Marco Magistrali, Edizioni Comune di Pelago
concerto de Suonatori della Leggera
Canti e sonate di tradizione orale della Val di Sieve
Formazione musicale e canterina instabile nella quale si alternano o si intrecciano fisarmonica, organino, violino, clarino, chitarra, basso tuba, trombone, gnacchere e voci. E’ parte dell’Associazione Culturale la leggera che da più di dieci anni conduce campagne di ricerca etnomusicologica in Val di Sieve, Casentino e Valdarno fiorentino (Toscana), sotto la guida di Marco Magistrali. Il repertorio appreso negli anni dai suonatori e cantori anziani è quello della cultura orale contadina che continua a venir tramandato in queste valli e spazia dal canto al canto a ballo, alle sonate per il ballo all’antica.
29 maggio - polo didattico “Carmignani”, piazza dei Cavalieri
presentazione del libro con cd doppio: Otello Profazio. A viva voce
a cura di M. De Pascale, Squilibri, Roma 2007
concerto di Otello Profazio
il cantastorie del Sud
(ospite speciale: Nicola Scaldaferri)
Vero e proprio antesignano del folk-revival in Italia, l’artista calabrese da più di mezzo secolo costituisce un fenomeno unico nel panorama della musica popolare. Quando Profazio iniziava la sua carriera artistica, il festival di Sanremo contava infatti tre anni di vita, i dischi erano a 78 giri e la televisione non era ancora nata. Dell’Italia vera, ingombra delle macerie della guerra e flagellata da un’emigrazione biblica, poco o nulla trapelava nelle canzoni dell’epoca, dominate da amori struggenti e “papere e papaveri”. Dal suo esordio discografico, ‘U ciucciu, Profazio ha proseguito in una carriera originalissima che, nel corso dei decenni, si è mantenuta sempre fedele alla sua vocazione originaria. La fantasia visionaria delle storie e leggende del Sud, il fatalismo di contadini traditi dalla storia hanno così trovato un moderno cantastorie capace di coniugare impegno e ironia ma anche di esaltare pagine di grandissima poesia, come è avvenuto soprattutto nella collaborazione con Ignazio Buttitta. Nell’incontro con il grande poeta siciliano confluivano i temi di un’irripetibile stagione di impegno meridionalistico inaugurata da Carlo Levi con Cristo si è fermato a Eboli. Il dramma dell’emigrazione, le lotte dei braccianti per la terra e il flagello della mafia entravano a far parte del repertorio del canto popolare, in una concezione viva e attuale e non più sterilmente museale del folklore. L’appassionata fede comunista dell’uno e l’individualismo libertario dell’altro si combinavano alla perfezione nel segno di una convinta adesione all’immaginario popolare e della comune passione per il mondo dei cantastorie. Comunque la dimensione più autentica di Otello, cui neanche i dischi migliori rendono interamente giustizia, è proprio quella del concerto con cui questo irriducibile individualista ha incontrato le comunità di emigranti sparsi ai quattro angoli della Terra e ha tratto ispirazione per le sue cose migliori, in un scambio ininterrotto con il pubblico che perdura tuttora in un susseguirsi di spettacoli superiori ancora oggi a quelli delle più celebrate formazioni del momento. Il concerto – che vedrà Profazio accompagnato dall’etnomusicologo e polistrumentista Nicola Scaldaferri, sarà aperto dalla presentazione di un volume con due cd allegati che, con una lunga intervista, un’antologia di scritti dedicati alla sua opera da autori come Carlo Levi, un ricco apparato di immagini e un’ampia selezione del suo repertorio contenuta nei due cd allegati, ripercorre la carriera di questo straordinario interprete delle tante anime del Meridione.
30 maggio - polo didattico “Carmignani”, piazza dei Cavalieri
presentazione del libro con cd: Nel paese dei cupa-cupa. Suoni e immagini della tradizione lucana
di Nicola Scaldaferri e Stefano Vaja, Squilibri, Roma 2006 Concerto per zampogne: Alberico Larato, Alessandro Mazziotti, Nicola Scandaferri, Quirino Valvano
Un’immersione nei suoni di tradizione della Basilicata per novene, serenate e festa da ballo, con particolare riferimento ai repertori processionali dei diversi pellegrinaggi in cui si formano piccole orchestre di ance -a chiave, surdulina, ciaramella e doppia ciaramella- accompagnate da altri strumenti tradizionali, dal tamburello alla bottiglia percossa ritmicamente con una chiave.
31 maggio - Arena Grande Giardino Scotto, ore 22
Cordas et Cannas tradizione e innovazione della musica sarda
Il gruppo Cordas et Cannas nasce ad Olbia nel 1978-1979 dall’incontro di musicisti con percorsi musicali differenti, ma con intenti precisi. Essi operano nella rivalutazione della musica in limba dei poetas et cantadores sardi, realizzando una lunga serie di concerti in tutta la Sardegna. Lo stile musicale degli esordi si è gradatamente evoluto verso un approccio che avvicini la tradizione sarda alla sensibilità musicale delle nuove generazioni.
La collaborazione periodica con artisti dell’area Jazz (Paolo Fresu e Antonello Salis) dimostra la flessibilità dei Cordas nel trattare, in tempi non sospetti, la musica Sarda in forma aperta ad altre culture, ottenendo affascinanti risultati ed individuando ulteriori possibilità di confronto sul piano internazionale. Nell’anno 1997 hanno partecipato al festival Womad fondato da Peter Gabriel a Reading, dove hanno riscontrato un ottimo consenso da parte del pubblico e dell’organizzazione. I Cordas et Cannas hanno eseguito concerti (feste popolari, festivals, teatri) durante gli ultimi 15 anni in Sardegna, Continente, Europa e in Usa, fra cui: Scozia, Irlanda del nord, Inghilterra, Galles, Olanda, Isole Shetland, N.York, New Jersey, Francia, Canada, Australia, Colorado e Argentina.
1 giugno - Arena Grande Giardino Scotto, ore 22
Alla Bua i ritmi travolgenti della pizzica salentina
Gli Alla Bua nascono dalle esperienze più tradizionali della cultura musicale salentina. Si sono formati tra le ronde della storica festa di San Rocco a Torrepaduli, nelle notti itineranti del canto a Santu Lazzaru, nelle tipiche feste nelle curti fatte di vino, voci spiegate e incessabili tamburelli. Qui si sono uniti i componenti, ragazzi provenienti da vari paesi del Salento, con la comune coscienza di sentire propria l’eredità della musica popolare, appresa direttamente nelle proprie case, con la grande passione di suonarla, di tramandarla e di divulgarla. Alla Bua è una locuzione raccolta presso anziani del sud Salento, che la utilizzavano come ritornello per accompagnare i canti di lavoro o d’amore. Alla Bua starebbe per medicina alternativa, altra cura. E’ in questo concetto che si concretizzano lo spirito e il suono del gruppo. La cura: nel passato, quella contro il morso velenoso della leggendaria taranta, quella di una società stremata dalle difficoltà e dalla povertà; oggi, similmente, contro la frenesia e la piattezza della società moderna, una cura a suon di pizzica-pizzica, danza forte, calda e liberatoria.
Organizzazione: Lista studentesca Sinistra per - Associazione Memoria delle radici Direzione artistica: Vincenzo Santoro
Si è spento stamattina, all'età di 55 anni, il tamburellista e cantore popolare salentino Pino Zimba. La sua scomparsa priva il movimento di folk revival pugliese di uno dei suoi interpreti più sanguigni e, forse, autentici.
Membro di una famiglia di musicisti popolari di Aradeo (LE), era stato, all'inizio degli anni Novanta, fra i fondatori dell'Officina Zoè, storico gruppo di riproposta della musica tradizionale salentina. Nel 2000 aveva interpretato se stesso nel film Sangue Vivo, di Edoardo Winspeare, da anni suo amico e sincero compagno di avventura dai tempi del lungometraggio opera prima Pizzicata. Causa i contrasti con gli altri membri dell'Officina, aveva deciso di dedicarsi a un nuovo progetto, culminato nella nascita di Zimbarie, gruppo di folk revival salentino del quale era stato leader indiscusso. Negli ultimi anni la sua fama di grande, verace interprete della musica popolare salentina (della quale era allo stesso tempo portatore e ripropositore) era cresciuta fino a renderlo protagonista abituale di alcune fra le più gremite piazze estive del revival della "pizzica", nonchè ospite fisso sul palco del festival della Notte della Taranta.
Peppino Marotto è stato assassinato a colpi di pistola alla schiena nel pieno centro di Orgosolo, suo paese natale, due giorni fa. Poeta, scrittore e cantore popolare, fondatore dei Tenores Supramonte di Orgosolo, grande sindacalista e membro storico del Partito Comunista, Marotto ha coniugato nei suoi 82 anni di vita l'impegno politico alla fedeltà assoluta alla terra e alle tradizioni della sua gente. E' stato autore di alcune opere fondamentali nella storia della cultura popolare sarda, tra le quali la raccolta poetica "Su pianeta 'e Supramontè", le "Testimonianze poetiche in onore di Emilio Lussù" e le "Cantones Politicas Sardas". Tra i numerosi canti composti da Marotto, tutti ricorderemo "Sa brigada sassaresa", scritta in onore dei combattenti sardi di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale.
Sulle cause dell'assassinio c'è ancora il buio pesto dell'incertezza e dell'omertà, mentre la Sardegna e forse l'Italia intera perdono un piccolo pezzo della loro storia nel silenzio pressochè assoluto dei tg e delle cronache della maggior parte dei quotidiani nazionali.
Musica e narrazione si intrecciano in questo itinerario fra pubblicazioni che rappresentano aspetti importanti della cultura di alcuni territori del Mezzogiorno.
Si parte con i racconti delle lotte bracciantili nel Tavoliere di Puglia, in cui spicca la figura di Giuseppe Di Vittorio, musicati in chiave etno-jazz da Umberto Sangiovanni; si procede con la poesia e la musica del Salento; conclude la rassegna un reading delle poesie di Rocco Scotellaro musicate dall’Antonio D’Ambrosio Ensemble.
Programma
Polo Didattico “Carmignani”, Piazza dei Cavalieri
Domenica 21 ottobre, ore 21
Calasole
Realtà e sogno dei braccianti nel Tavoliere di Puglia
Ci troviamo nella Puglia di Giuseppe Di Vittorio e le musiche che Umberto Sangiovanni propone in Calasole - con la sua DauniaOrchestra - si armonizzano con naturalezza ai testi recitati da Giovanni Rinaldi, tratti dal libro “La memoria che resta”, edizioni Aramirè. Sono storie di braccianti di ieri e di oggi quelle che vengono raccontate. Sono voci che non smettono di ricordare e di riportare in vita la fatica di chi con la terra ci ha lavorato e ci continua a lavorare. Lo spettacolo Calasole è un canovaccio che parla di noi, di come eravamo e di come non sappiamo di essere ancora oggi.
Lunedì 22 ottobre, ore 21
Core
vita e morte dai versi e dai canti della terra chiamata Salento
Un suggestivo dialogo a tre voci femminili, che incrocia la lettura di liriche di argomento “salentino” a curata da Francesca Russo, con canti della tradizione popolare, eseguiti da Anna Cinzia Villani, Carla Maniglio e Maria Mazzotta.
I turchi di Otranto, le case di calce, i contadini nei campi di tabacco, tra ulivi e fichi d’india sparsi i muretti a secco, i tramonti di sangue in un cielo solido, senza fine, le donne sedute sulla strada tra vasi di basilico, Lecce irriverente e triste nei suoi carnevali di pietra, i rèputi delle prefiche antiche, lo scirocco che fiacca l’anima e scioglie i contorni delle cose…
Per archi, fiati, percussioni, piano e voci recitanti e con la partecipazione straordinaria di Nichi Vendola , una coinvolgente partitura musicale, in cui sonorità jazz si intrecciano con echi del mondo popolare, rende omaggio a una delle figure più emblematiche di un’irripetibile stagione di impegno meridionalistica dove l’attesa di un riscatto collettivo scaturiva anche da una personale smania di vita. Musiche a cura dell’Antonio D’Ambrosio Ensemble
Anche quest'anno è andata. Con la grande festa dell'Orchestra di Piazza Vittorio all'Arena Grande del Giardino Scotto, si è conclusa la quinta edizione del Folk Festival ed è calato il sipario su uno degli eventi simbolo della primavera pisana. Un primo bilancio sui risultati della rassegna dimostra inequivocabilmente come intrattenimento e cultura possano coerentemente andare di pari passo, trovando successo presso il grande pubblico, purchè legati dal solido collante della qualità. Nell'edizione di quest'anno, come nella migliore tradizione del Festival, un sapiente mix di suoni e parole ha cercato di coniugare letteratura e musica, gli scritti della memoria storica con i suoni e i canti della tradizione. Le vicende dei martiri delle Fosse Ardeatine, le antiche melodie della Terra d'Otranto, le storie della Sicilia popolare cantate da una delle voci più struggenti del nostro Meridione hanno oltrepassato per qualche giorno le mura dell'accademia e invaso le aule dell'università, per un incantevole connubio che ha sorpreso perfino noi stessi. Chiuse le porte dell'ateneo, come ogni anno la carovana del Pisa Folk Festival ha raggiunto il Giardino Scotto per gli immancabili concerti all'aperto. Prima la raffinatezza compositiva dei beneventani Sancto Ianne, poi l'immancabile Salento della pizzica e dei canti alla stisa dei Malicanti, infine la festa conclusiva con quella straordinaria miscela di suoni e parole dal mondo dell'Orchestra di Piazza Vittorio. Un'Arena Grande gremitissima di spettatori di tutte le età per una chiusura col botto.
Suoni e memoria viaggio nella tradizione musicale del Sud
Polo didattico “Carmignani”, Piazza dei Cavalieri
- Martedì 29
ore 18 Disisperada
Serata dedicata a Gavino De Lunas, cantore tradizionale sardo, combattente della Resistenza, ucciso dai nazisti nella strage alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944
Presentazione del libro: Gavino De Lunas, vita di un cantante, ufficiale postelegrafonico, martire delle Fosse Ardeatine
di Martino Contu, Edizioni Centro Studi Sea 2005
e di: Gavino De Lunas, Su rusignolo ‘e Padria
cd contenente tutte le registrazioni di Gavino De Lunas
Ore 21 Cantami quannu voi, ca t’arrispunnu seminario “cantato” sulla musica popolare siciliana di Matilde Politi
- Mercoledì 30
ore 21 Danzare col ragno Viaggio nel tarantismo dal XVI al XX secolo Il progetto propone un itinerario di lettura tra i testi storici del tarantismo nel mezzogiorno - a partire dalle testimonianze cinquecentesche fino ai “racconti etnografici” di Ernesto de Martino - accompagnato dall’esecuzione delle musiche che, nei secoli, sono servite nella cura magica degli effetti del morso della mitica taranta. Voce narrante e curatore dei testi è Brizio Montinaro, attore di cinema e teatro e autore di ricerche sulla cultura popolare. Il commento musicale è invece realizzato dal gruppo Ensemble Terra d’Otranto, che ripropone la musica antica del tarantismo eseguita con gli strumenti dell’epoca.
Concerti
Arena Grande Giardino Scotto
- Giovedì 31 maggio
Ore 21 Sancto Ianne Tradizione e rinnovamento della musica popolare campana
- Venerdì 1 giugno
Ore 21 Malicanti Pizziche, tarantelle e canti tradizionali delle Puglie
- Sabato 2 giugno
Ore 21 Orchestra di Piazza Vittorio Musiche migranti
Durante le serate si potranno degustare vini e prodotti tipici delle regioni di provenienza dei gruppi musicali e sarà allestito uno stand specializzato con libri e cd.
Gli artisti
Matilde Politi
Palermitana, 30 anni, è ricercatrice e ‘cantatrice’, laureata alla Sapienza di Roma in Antropologia Culturale; incarna, cosa rara, la competenza dello studioso (che fa ricerca sul campo, raccoglie e studia materiali) e la sensibilità dell’interprete straordinaria. I pochi che ne scrivono la paragonano in genere a Rosa Balistreri. “Interprete straordinaria” non suoni come un’iperbole: voce tanto potente, espressiva, commovente, capace di melismi dalle mani sporche e la terra in bocca, come uno sputo in faccia, una carezza e un cazzotto insieme. Una voce libera, dalla grana spessa, ruvida, versatile, che mette soggezione. (presentazione tratta dal sito www.lucaferrari.net )
Ensemble Terra d'Otranto
Il gruppo è formato da musicisti specializzati nell’interpretazione della musica barocca e del tardo Rinascimento nel rispetto delle prassi esecutive d'epoca. Il progetto iniziale del gruppo era quello di far conoscere o riportare alla luce le opere più significative degli autori dell’antica Terra d’Otranto. Nel corso del lavoro di ricerca, tuttavia, i musicisti hanno constatato la necessità di esplorare anche un repertorio popolare, antico o tradizionale, fortemente contiguo all’opera e allo stile dei compositori più in vista. Così, si è definita la doppia natura di questo Ensemble, attento contemporaneamente alle matrici della musica colta e popolare, con particolare riferimento alle forme di origine terapeutica e rituale che, fra XVI e XVIII secolo, caratterizzano le espressioni musicali più originali del Salento.
Brizio Montinaro
Attore e saggista. Diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia, debutta in Teatro in Venti zecchini d’oro per la regia di Franco Zeffirelli. Ha recitato ne La lupa di Verga accanto ad Anna Magnani ed è stato protagonista di Orgia di Pier Paolo Pasolini con la regia di Lorenzo Salveti. Ha lavorato con alcuni tra i più grandi maestri del cinema europeo: Miklos Jancso, Luigi Comencini, Alberto Lattuada, Giuliano Montaldo, Theo Anghelopulos. Dall’esperienza cinematografica sul set nascono due suoi libri: Diario macedone. Con Anghelopulos sul set di Alessandro il Grande (Edizioni il Formichiere 1980) e Cristoforo Colombo. Diario di bordo (Eri 1985). Si occupa di antropologia culturale e in particolare di religiosità popolare, tema sul quale ha pubblicato: Salento povero (Longo Editore 1976), Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento (Bompiani 1994) e San Paolo dei Serpenti (Sellerio 1996).
Sancto Ianne
Gruppo beneventano che fonda la propria musica su un profondo rapporto emotivo con la propria cultura e la propria tradizione, mettendo in pubblico pulsioni rock e sapienza ancestrale e creando così un folk contemporaneo dalla straordinaria capacità di coinvolgimento. Hanno appena pubblicato Mo’ siente, il loro terzo cd,
Malicanti
Il gruppo esegue repertori tradizionali del mondo contadino della Puglia, appresi direttamente dagli anziani cantori (e in particolare da Uccio Aloisi di Cutrofiano, Luigi Stifani di Nardò e da Andrea Sacco da Carpino). Si caratterizza per un uso insolito e preponderante della voce: tutti i componenti cantano, e nessuno di loro con una impostazione classica, ma usando risonatori e respiri propri della musica di tradizione delle campagne. Il repertorio è composto soprattutto da tarantelle, pizziche pizziche e pezzi che consentono al pubblico di ballare per larga parte del concerto, intervallati da canti “alla stisa”, canti a tre o quattro voci diverse eseguiti senza accompagnamento musicale, i cori cioè che anticamente si facevano in campagna.
Le opere
Gavino De Lunas. Vita di un cantante, ufficiale postelegrafonico, martire delle Fosse Ardeatine
di Martino Contu, Edizioni Centro Studi Sea 2005
Il volume racconta la vicenda biografica di Gavino De Lunas (1895 – 1944), uno dei più noti e apprezzati interpreti del canto popolare sardo. La sua carriere artistica, iniziata negli anni Venti, raggiunse il culmine nel corso degli anni trenta, con la diffusione su tutto il territorio nazionale di numerosi suoi dischi (78 giri). Giunto a Roma per il suo servizio come ufficiale postelegrafonico, durante l’occupazione militare tedesca operò nella clandestinità nella Resistenza. Tradito da una spia, il 26 febbraio 1944 fu arrestato dalle SS e tradotto nel carcere di via Tasso. Il 24 marzo di quello stesso anno fu trucidato alle Fosse Ardeatine.
Gavino de Lunas, Su rusignolu ‘e Padria
Cd audio, a cura dell’amministrazione comunale di Padria, 2004
La voce inconfondibile di De Lunas, ricca di una melodiosa malinconia e diversa dal timbro degli altri Cantadores, lo resero famoso come l’Usignolo di Padria non solo nell’intera Isola, ma in nel resto d’Italia e all’estero, al punto da attirare l’interesse di studiosi di musica popolare, che vollero registrare i brani più noti del suo repertorio. Il cd, prodotto dall’amministrazione comunale di Padria, paese originario di De Lunas, contiene quasi tutte le sue registrazioni.
C'è un chiaro filo conduttore che lega le Dustbowl Ballads di Woody Guthrie alle Seeger Sessions di Bruce Springsteen. Un lungo percorso a ritroso riporta il Boss alle origini, dall'epica acerba del giovanotto 24enne di Greetings from Asbury Park, N.J. al rabbioso rock&roll del fortunato Born to run, dal declino del delirio anni Novanta alla fuga introspettiva di The ghost of Tom Joad, con la pesante eredità di un Guthrie che comincia a fare capolino fra gli accordi. Poi la rinascita, il trionfo evocativo di The rising, l'intimismo di Devils&Dust e la chiusura del cerchio del capolavoro assoluto We Shall Overcome. Un lento ritorno alle origini, dunque, agli inni spiritual dei contadini afroamericani del Sud, all'America dimenticata degli operai neri nelle fabbriche del grande sogno industriale. C'è l'Oklaoma home dei lavoratori migranti nelle terre dell'Ovest, la denuncia sociale, la lotta per i diritti civili. E' qui che l'eco delle Dustbowl ballads si fa sentire con tutta la sua potenza evocativa. Come il cantautore di Okemah anche Springsteen raccoglie piccoli momenti di vita e li racconta con il linguaggio della gente comune, collezionando istantanee di un'America minore. "In fondo, sono come un fotografo senza macchina fotografica", suggerisce lo stesso Guthrie nella sua celebre autobiografia, mentre chitarra in spalla percorre le sterminate pianure del sud dove fra tempeste di polvere e vagoni merci stracolmi di disperati nascono i personaggi delle sue storie. Come Dustbowl Ballads, anche We Shall Overcome The Seeger Sessions non è un semplice disco folk. E', a suo modo, un piccolo ritratto dell'altra America, quella che lo smemorato mainstream e la cultura dominante del distacco hanno violentemente relegato allo sgabuzzino della storia e al più subalterno dei ruoli.