Il 25 aprile è la festa della Liberazione dal nazifascismo, non la "festa della libertà", almeno non nel senso in cui la intende in nostro Presidente del Consiglio. Nessuno tocchi il 25 aprile!
Per caso sono ripassato da queste parti e mi sono accorto che non aggiorno più il blog da due mesi e mezzo esatti.
Nel frattempo un altro anno se n'è andato, insieme con uno dei peggiori presidenti nella storia degli Stati Uniti. Il mondo è cambiato, l'Italia è rimasta sempre uguale.
Io, nel mio piccolo, ho dato un paio di esami.
Video dell'anno: Pete Seeger canta Woody Guthrie alla folla del Lincoln Memorial..
Mentre negli Stati Uniti c'è chi vince le elezioni e fa sognare la gente nel nome della parola "cambiamento", in Italia dopo 14 anni dall'inizio della Seconda Repubblica non è cambiato assolutamente nulla. Lo stesso discorso che segnò l'ingresso nella scena politica del nostro paese di uno dei personaggi più significativi della storia d'Italia dal dopoguerra, ne conferma oggi la leadership assoluta.
Come sempre, il mondo che ci circonda continua a girare e il nostro paese non è in grado di stargli al passo. Con l'inerzia di una società vecchia e immobile continuiamo a cedere alle lusinghe di una nomenclatura cialtrona, che fa del fumo negli occhi la strategia occulta del proprio agire politico.
E' tutto pronto. Chitarre e cornetti nella notte prima della partenza. Ultimi minuti, scopone scientifico, sbadigli, caffè, sonno. A Roma clima tesissimo, ultime notizie innervosiscono l'attesa. Genova non aiuta.
Ma non c'è più tempo per pensare. Bisogna partire.
L'incredibile susseguirsi degli eventi mi lascia ben poco tempo da dedicare al blog. Mentre cerco di districarmi tra incontri e assemblee (molti dei quali potrei risparmiarmeli tranquillamente), l'Onda non si arresta. Dopo l'assemblea regionale di preparazione del 5 novembre, si è tenuto ieri a Firenze il primo incontro nazionale degli atenei in agitazione.
Oltre 300 studenti da tutta Italia, con tanto di giornalisti e fotografi, più di 60 interventi, per produrre un documento che, di fatto, sancisce nella sostanza il fallimento dell'incontro e dà appuntamento all'assemblea nazionale del 15 e 16 novembre indetta dalla Sapienza occupata per decidere il futuro del movimento. Non ci resta che confidare nella grande manifestazione di venerdì prossimo, quando migliaia di studenti e lavoratori saranno per le strade di Roma a rivendicare la centralità dell'università pubblica nell'agenda politica del paese. Ne vedremo delle belle.
Stasera alcuni milioni di cittadini stanno per decidere il destino del mondo. In questa lunghissima notte elettorale approfitto dell'attesa condita di ansia e fiducia per scrivere un post. Non ho mai creduto nella retorica del "chiunque vinca non cambia nulla" e sono fermamente convinto delle profonde differenze che dividono i due candidati. Da un lato una politica di redistribuzione del reddito e la copertura sanitaria per tutti i cittadini, maggiori investimenti per le energie alternative, una exit strategy per l'Iraq e il ritorno al multilateralismo negli affari internazionali. Dall'altro l'ulteriore riduzione delle tasse per i ricchissimi, il rilancio del petrolio e del nucleare, la guerra permanente fino alla vittoria a tutti i costi e la politica del "con me o contro di me" nei rapporti con gli altri stati. Una scelta di campo tra due modi diamentralmente opposti di concepire il governo della più grande potenza mondiale di fronte alla quale, forse, è difficile rimanere indifferenti.
Ecco quello che abbiamo combinato lo scorso 8 ottobre a Pisa. Dopo l'assemblea che vedete ritratta nella foto alcuni dei manifestanti hanno deciso di occupare il Polo Didattico Carmignani, la grande struttura adiacente alla piazza nella quale avevo messo in programma la presentazione dell'ultimo libro di Benni. Per la cronaca, lo spettacolo si è regolarmente tenuto, in un'aula stracolma, con l'autore più che soddisfatto e di fronte a un pubblico di oltre cinquecento appassionati.
E' appena trascorsa una giornata incredibile. Prima l'assemblea con quella marea di gente seduta ad ascoltare tutti gli interventi, uno per uno, in Piazza dei Cavalieri (non se ne vedeva una così da decenni). Poi la serata magica di Benni, con un successo di pubblico andato ogni oltre previsione (ho visto gente andare via perchè non c'era letteralmente più centimetro libero per entrare nella sala).
Che dire, nel pomeriggio era successo l'incredibile e per un momento ho creduto che potesse andare tutto a puttane. Per fortuna, mi sbagliavo.
Con il disastro romano di cui oggi abbiamo avuto notizia, le dimensioni della disfatta del centrosinistra e dell'esperimento veltroniano sono diventate colossali. Dopo aver sostanzialmente azzerato il ruolo e il peso della sinistra in Parlamento, consegnato il paese nelle mani del governo più a destra nella storia della Repubblica, le abili mosse del leader hanno perfino fatto cilecca nel tempio del veltronismo, attribuendo alla sconfitta carattere personale oltre che politico.
Mi auguro che una volta per tutte si abbia tutti insieme il coraggio di ammettere gli errori e di ripartire da zero, anzi da sotto zero, con facce nuove (sul serio), programmi nuovi e metodi nuovi. I romani hanno punito il vecchiume di quella politica autoreferenziale che declama gli assiomi di un rinnovamento di facciata, che sbandiera partecipazione e poi impone le candidature dall'alto, che trova il suo paradigma nella "minestra riscaldata" di un Rutelli da riciclare a tutti i costi.
Chissà se dalle spoglie di un centrosinistra colpito al cuore qualcuno riuscirà prima o poi a restituirci fiducia e, soprattutto, voglia di fare politica. Quella passione per la cosa pubblica che ora agonizza sotto le macerie di progetti ambiziosi, ma diventati vecchi prima ancora di venire completamente alla luce.
Secondo quanto prescritto dalla nostra Costituzione, "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Entro dieci giorni, il Governo deve poi ricevere la fiducia di entrambe le Camere.
Non si capisce, alla luce di ciò, quale possa essere il fondamento giuridico del concetto di "candidato premier", figura centrale nel dibattito politico della recente campagna elettorale per il rinnovo dei componenti dei due rami del Parlamento, ma che nessun riferimento trova tanto nella nostra carta costituzionale quanto in qualsivoglia norma del regolamento elettorale. Non c'è, dunque, nessuna ragione giuridica per la quale al leader di una o più liste in campo debba per forza venire riconosciuta la nomina a "Presidente del Consiglio" (tanto meno quella a "premier", figura completamente sconosciuta al nostro ordinamento), qualora la coalizione che lo sostiene abbia ottenuto la maggioranza. Tecnicamente i vari Berlusconi, Veltroni, Casini, Bertinotti altro non erano che semplici candidati alla carica di parlamentare (deputato o senatore) in una o più circoscrizioni, esattamente come lo erano Mara Carfagna, Massimo Calearo, Vladimir Luxuria o Totò Cuffaro.
E' pur vero che ridurre la questione a una semplice quisquilia di ordine terminologico rischierebbe di occultare l'interminabile serie di raggiri retorici e approssimazioni che ha caratterizzato una delle più strane ed equivoche campagne elettorale della storia della Repubblica. Complici giornali e tv, il bipartitismo esasperato e quella personalizzazione del confronto che ha caratterizzato il dibattito politico, incentrato non sui programmi ma sulla carica persuasiva e carismatica dei leader, si sarebbero rivelati ben più difficili da digerire senza il ricorso a forzature retoriche di ogni tipo, con l'evidente ed ovvia compiacenza dei due maggiori partiti. Inutile sottolineare, ad ogni buon conto, quanto le conseguenze di tutto ciò sul risultato finale delle elezioni sono state determinanti.
Semplificare il sistema politico, probabilmente, vuol dire anche chiamare le cose un nome diverso da quello reale, attribuire ai concetti un significato alternativo all'originario, confidando sul potere didascalico e a volte pedagogico delle parole giuste dette el momento giusto. Così si costruiscono i processi, si manipolano i cambiamenti quando questi ultimi non trovano il conforto della quotidianità.
Peccato che, in Italia, il risultato finale non riesca mai a dimostrarsi all'altezza dei rischi.
E' davvero una strana Italia quella che ha appena celebrato l'anniversario della sua liberazione. Il Presidente del Consiglio in pectore rifiuta di partecipare alle commemorazioni perchè sostiene di avere cose più importanti da fare, fra le quali prendere il thè con un neofascista. Anche un futuro membro del governo, il leghista Roberto Maroni, è così impegnato a tagliare l'erba del prato da non potersi concedere pause inoppurtune. Nel frattempo, il comico-blogger più noto della nostra blogosfera sceglie il 25 Aprile per declamare gli assiomi di una "strana" resistenza. Ognuno, del resto, è libero di attribuire al suo 25 aprile il significato che meglio crede.
Quella del cattivo gusto è tutta un'altra storia.
E' andata oltre le peggiori previsioni. Berlusconi affonda ogni velleità di riscossa dell'entourage PD e diventa padrone incontestato del paese. Veltroni non guadagna un voto moderato ma nel frattempo sfonda a sinistra, privando di qualsiasi forma di cittadinanza parlamentare i sogni, le aspettative e le istanze di milioni di italiani. Un'intera tradizione politica del nostro paese, che nel bene e nel male aveva riempito di contenuti e caratterizzato gran parte della nostra dialettica democratica, viene improvvisamente spazzata via dalla storia.
Ormai nessuno si aspetta che il pensiero unico veltroniano e l'appiattimento ideologico su quell'ostentato moderatismo ideologico che ha caratterizzato l'intera campagna elettorale del leader PD e che ora contagia migliaia di militanti, possa lasciare spazio ad alcuna forma di dissenso all'interno del partito, sui grandi temi di politica economica quanto sulle questioni etiche o le scelte di politica internazionale.
Nessuna voce fuori dal coro, neppure un barlume di ripensamento sulle categorie di un modello di sviluppo che tante contraddizioni ha prodotto e continua a produrre nella società moderna. Privata di rappresentanza parlamentare, una così grossa fetta dell'opinione pubblica del paese dovrà trovare modalità alternative di rapportarsi con se stessa e con il potere.
Un pezzo di Italia smette di avere voce. In ogni caso, non può essere che un male per la democrazia.
Mentre mi accingo a rimettermi in treno per il lungo viaggio che mi riporterà nel cuore della terra che mi ha messo al mondo, mi chiedo se ne stia valendo realmente la pena. Se qualunque simbolo deciderò di segnare su quella scheda meriti sul serio tutto ciò.
Stanotte il verdetto delle primarie svelerà finalmente il nome dello sfidante democratico per le prossime presidenziali americane.
In campo democratico (onde fugare ogni dubbio: io spero che il prossimo presidente degli Stati Uniti sia un democratico) sarebbe superflua qualsiasi considerazione sulle (sfumatissime) differenze tra i vari candidati. Come ha scritto Alessandro Portelli, se si mettono da parte alcuni (interessanti) elementi simbolici, i programmi sembrano tutti equivalersi, le discordanze sfumarsi e compensarsi a vicenda.
Hilary ha dalla sua parte la circostanza (non trascurabile) di essere la prima potenziale donna candidata alle presidenziali americane. Obama, ovviamente, quella di essere un afroamericano. Perfino John Edwards avrebbe avuto dalla sua qualche interessante connotazione biografica, essendo nato in una famiglia povera e avendo fatto della lotta contro la povertà un cavallo di battaglia della propria esperienza politica. Rispetto a Bush e alla corte dei miracoli di cui si è circondata l'amministrazione che da otto anni orrendamente condiziona il destino del mondo, sarebbe già un cambiamento notevole (intendiamoci: sempre di America stiamo parlando..).
In ogno caso, io voterei per Obama. In fondo la carica emotiva e persuasiva con la quale sta trascinando verso di sè il consenso di tanta parte della società civile americana, le aspettative e i sogni che infonde nel cuore della gente, lasciano sperare che davvero possa essere lui il candidato del cambiamento.
Staremo a vedere..
Intanto, aspettando i numeri, sentite cosa si canta dalle parti di Seattle..
La caduta del governo Prodi apre di fatto una stagione di profonda incertezza per il futuro del nostro paese. Il vasto arcipelago di posizioni diverse all'interno dei partiti della (ex)maggioranza circa l'opportunità di un governo istituzionale conferma la crisi della politica e la sua assoluta incapacità di dare risposte credibili ai complessi scenari che gli si prospettano.
La ripicca di un senatore è bastata a sconfessare un governo che milioni di italiani avevano voluto con democratiche elezioni. E' il tracollo della politica, la crisi dell'intero sistema politico istituzionale costruito negli anni della seconda Repubbica, dopo il terremoto giudiziario che nel '92 sancì la fine della prima.
Un sistema partitico completamente autoreferenziale e avulso dai problemi reali della gente fa da contorno a uno scenario insidioso, nel quale il duello strisciante fra i poteri dello stato (esecutivo-giudiziario), la crisi economica e un pericoloso, latente conflitto sociale rischiano di trasformarsi in una polveriera la cui deflafrazione potrebbe rivelarsi devastante.
Sopravvissuto per quasi due anni alle turbe di una maggioranza capricciosa, ai colpi bassi di una congiuntura internazionale sfavorevole e perfino ai rifiuti di Napoli, il governo Prodi affronta ora la sfida più difficile. Tutti i nodi di una politica allo sbando, di cui il caso Mastella rappresenta il paradigma e l'emblema, sono ormai venuti al pettine e il terremoto politico che ne deriva diventa la crisi non di un governo ma dell'intero sistema delle nostre istituzioni democratiche.
I numeri, stanotte, non sono più dalla parte del professore. Una politica autoreferenziale e del tutto avulsa dalle aspettative della gente coltiva al suo interno il germe dell'autodistruzione, affossa quel poco di buono che aveva prodotto in meno di due anni e cade inesorabilmente vittima di se stessa.
Difficile dipingere scenari, una nebbia fittissima avviluppa il futuro del nostro paese. Impaziente e sornione vi si aggira il mostro multiforme del berlusconismo.
Dopo aver scaricato per anni tonnellate di rifiuti tossici nei terreni della Campania, molte regioni italiane rispondono con un secco "NO" alla richiesta di collaborazione al tentativo di risolvere la tragica emergenza che da settimane sta mettendo in ginocchio un pezzo d'Italia. Rifiutandosi di concedere provvisoriamente discariche e impianti per lo smaltimento di una parte di quell'enorme massa di rifiuti che ha trasformato un'intera regione in una gigantesca discarica a cielo aperto, abbandonano di fatto a se stessi milioni di individui il cui diritto alla salubrità dell'ambiente di vita dovrebbe essere, come per tutti gli altri cittadini del nostro paese, incontestabile.
Un rozzo e miope individualismo di provincia impedisce in tal modo ai nostri amministratori di andare oltre la mera logica del proprio "particulare" e di concepire il problema dello smaltimento dei rifiuti napoletani in un'ottica di più ampio respiro, in virtù della quale dal rispetto dei più elementari standard di igiene e sicurezza ambientale di una così larga fetta del nostro territorio dipende la dignità stessa dell'intero paese, oltre che la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.
I cittadini campani hanno permesso (tramite il loro voto) che una classe dirigente incapace di risolvere i problemi reiterasse un sistema di inefficienze e di corruzione, alimentando con una valanga di denaro pubblico un parassitario e assistenziale welfare state dell'immondizia, il cui risultato più eclatante è ben visibile per le strade, agli occhi del mondo. La risoluzione del dramma che ne consegue non può prescindere da una matura solidarietà da parte dei rappresentanti delle altre istituzioni territoriali del nostro paese, il cui intervento dovrebbe vincolarsi, semmai, alla pretesa di una precisa assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente coinvolta nello scandalo, in modo che l'emergenza possa effettivamente assumere il carattere della transitorietà e non si trasformi, come avvenuto per troppi anni, in una inquietante e spaventosa ordinaria amministrazione.
Le immagini delle strade campane seppellite da cumuni immondi di rifiuti rappresentano l'emblema di un paese al capolinea, che nell'inerzia di una classe dirigente allo sbando distrugge se stesso e la propria dignità. Quando lo schifo e la sporcizia diventano un'emergenza nazionale vuol dire che i meccanismi di funzionamento di uno stato civile e moderno sono saltati e con essi gran parte della credibilità delle sue istituzioni democratiche. La rabbia dei cittadini che aggrediscono vigili del fuoco colpevoli di fare il loro dovere (chi il proprio dovere non lo fa, in Campania trova voti e consenso popolare, come è successo per la classe dirigente succedutasi in questi anni), che bruciano l'immondizia per strada sapendo di far male prima di tutto a loro stessi, è la rabbia contro uno stato che non esiste più, che ha tradito le sue funzioni primarie e non ha saputo garantire l'essenziale. Una vergogna tutta italiana riempie le pagine dei quotidiani internazionali, mette a nudo il nostro paese, mostrando al pianeta il peggio della nostra produzione nazionale, con un nuovo "made in Italy" che è destinato a diventare il nostro passaporto nei circuiti economici internazionali, affossando la già precaria credibilità del "sistema Italia" nel mondo.
L'immagine del campione di scacchi Garry Kasparov, leader di uno dei partiti dell'opposizione, che annulla la sua scheda elettorale per protesta, è l'emblema della nuova Russia, ricostruita sulle ceneri dell'ex Unione Sovietica e che stenta ancora a imboccare il cammino verso una reale democrazia. Quelle spacciate dal governo per "libere" elezioni mostrano agli occhi del mondo (non a quelli degli osservatori internazionali, 55 individui mandati a controllare oltre 96.000 seggi) la loro vera natura di referendum pro o contro il premier Putin. Una sorta di plebiscito nel quale tutto è già scritto, ogni voce fuori dal coro messa da parte, soffocata e, nel peggiore dei casi, letteralmente eliminata. Già poche ore dopo l'apertura dei seggi c'è chi denuncia gravi irregolarità. Perfino l'ex vicepremier dell'epoca ieltsiniana ha bollato queste elezioni come le "più disoneste della storia della Russia", mentre secondo Grigory Melkonyants, dell'organizzazione indipendente di monitoraggio Golos, molti dipendenti sarebbero addirittura stati costretti a votare sul posto di lavoro invece che nei seggi, così da consentire ai capi un rigoroso controllo delle preferenze.
La sconcertante approssimazione con la quale i media descrivono l'intricatissimo universo delle città universitarie, con le sue criticità, virtù o contraddizioni, è emblema della superficialità che ammorba il punto di vista della politica e della società civile del nostro paese sul mondo dei giovani, così come su tutto ciò che ha a che fare con il futuro. Una campagna di stampa all'insegna del sensazionalismo a tutti i costi, infarcita di particolari morbosi e luoghi comuni, ha trasformato una tranquilla città umbra in una sorta di gomorra del sesso e della droga, dove giovani da tutte le parti del mondo sfiderebbero la noia dilettandosi in ogni genere di perversione. Paradigma, tutto ciò, del livello di degrado sociale che caratterizzerebbe la gioventù odierna, priva di valori e di punti di riferimento e come tale in preda a un'orgia morale di cui il tragico episodio di Perugia costituirebbe significativa testimonianza.
Mi pare, francamente, un'interpretazione piuttosto perbenista e oltremodo didascalica di una realtà che, come ho già scritto su queste pagine, risulta invece molto più complessa di quanto sembri a prima vista. Una realtà che politici e operatori della comunicazione non esitano ad analizzare con le categorie di una bigotta morale di provincia, che impedisce quell'analisi più profonda e articolata che invece il problema meriterebbe.
La verità è che le nostre università stanno progressivamente diventando dei luoghi dotati di una stranissima forma di extraterritorialità, dei "non luoghi", come li avrebbe definiti l'antropologo francese Marc Augè. Comunità prive di collante identitario, non gruppi sociali ma insiemi di individualità solitarie, nelle quali miriadi di soggetti, scaraventati poco più che diciottenni in un mondo privo di regole, si incontrano senza instaurare alcun tipo di legame. Le risposte della politica al disagio sociale che inevitabilmente ne deriva non possono che risentire dei deficit interpretativi ai quali poc'anzi facevo riferimento.
Accade così che le amministrazioni comunali si disinteressino completamente dei problemi degli studenti, salvo quando questi ultimi si assimilino a quelli, ben più sentiti, dell'ordine pubblico. Le politiche sul diritto allo studio universitario, lungi dal presupporre analisi di tipo qualitativo, si fossilizzano su obiettivi quantitativi, come il numero di borse di studio erogate o quello (generalmente piuttosto esiguo) di posti alloggio disponibili. Il carattere dichiaratamente assistenziale del sistema impedisce interventi di più ampio respiro che, anzichè fornire sussistenza a chi giace al di sotto della soglia di povertà, si adoperino per strappare tutti gli altri dalla giungla del mercato degli affitti, offrendo servizi, spazi di libera espressione della creatività, integrazione col territorio e rappresentanza istituzionale. Interventi che contribuiscano a rendere lo studente "cittadino" a tutti gli effetti, parte integrante di una comunità anzichè mera indivualità solitaria, soggetto sociale, investimento nel futuro anzichè fardello del quale liberarsi al più presto.
Dopo 60 anni di sangue, la conferenza di Annapolis fra israeliani e palestinesi rappresenta l'ennesimo, disperato tentativo di portare pace e stabilità in una regione devastata dai conflitti.
I territori occupati, i profughi, la questione delle frontiere e delle colonie, l'acqua, lo status di Gerusalemme, saranno i temi caldi dei negoziati che coinvolgeranno le diplomazie mondiali per i prossimi mesi, forse anni.
Se sia stato finalmente imboccato il sentiero della pace lo dirà la storia. In pochi ci credono. In molti ci sperano.
Mentre il governo discute intorno a una proposta di legge di regolamentazione dei blog in rete, certa opinione pubblica comincia ad interrogarsi, dal basso, sull'opportunità che il nostro paese si doti dell'unico provvedimento legislativo realmente urgente sul tema della libertà di espressione: l'abolizione dell'ordine dei giornalisti.
E', del resto, una vergogna tutta italiana che ancora oggi, per esercitare la professione del giornalista, occorra essere iscritti a un albo. Già nel 1945 Luigi Einaudi scriveva a tal proposito che “l’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero". Quando nel 1963 una legge dello stato introdusse il sistema vigente, resuscitando sostanzialmente l'ordinamento corporativo creato nel 1927 sotto il regime fascista, per la libertà di espressione nel nostro paese suonarono le campane a morto. La sentenza mediante la quale, nel 1968, la Corte Costituzionale dichiarò la legge perfettamente coerente con l'art. 21 della Costituzione completò il triste quadro della regolamentazioe della libertà di espressione in Italia. Anzichè correggere questa sorta di vergogna storica che grava sul sistema dei diritti nel nostro paese, un governo "progressista" crede nel 2007 che sia anche solo tecnicamente possibile regolamentare l'irregolamentabile, vale a dire quell'immenso patrimonio di milioni e milioni di appassionati che con la loro creatività affollano la blogosfera. Operazione peraltro del tutto priva di senso, per ragioni logiche, prima ancora che politiche e sociologiche. Per sua natura, la rete è assolutamente incontrollabile e incensurabile. Un regime regolamentare fatto di permessi e registrazioni a suon di carte bollate, se può funzionare sugli strumenti di comunicazione a supporto cartaceo, risulta completamente inefficace su quelli di natura telematica. Troppo grande il numero di potenziali operatori, troppo distanti i tempi della burocrazia amministrativa da quelli del metabolismo delle informazioni in rete, troppi i sistemi possibili per aggirare i divieti. E, soprattutto, troppo drastica l'incompatibilità fra il regime delle registrazioni e i meccanismi di diffusione delle notizie on line. Se voglio sfuggire all'insopportabile travaglio burocratico che il mio paese mi impone per aprire un sito, mi basta hostare il tutto su un server straniero e il gioco è fatto. Immaginare che un banale ufficio registri o qualsivoglia meccanismo di censura preventiva possa tenere il passo alla rete è un esercizio di stile intellettuale nel quale soltanto qualche sprovveduto ministro avrebbe potuto avventurarsi.
Non credo che i frequenti inviti alle iniziative sulla campagna elettorale per il PD, rivolti ai fuori sede di sxper, per giunta tramite mailing list interna, abbiano offeso la sensibilità di qualcuno. Ho personalmente ritenuto allo stesso modo fuori luogo, del resto, il rifiuto incondizionato da parte della lista di spostare assemblee programmate proprio in concomitanza di iniziative elettorali alle quali alcuni nostri rappresentanti, da candidati, iscritti o militanti, avevano giudicato opportuno partecipare. Qualsiasi fosse la loro natura, si trattava comunque ed evidentemente di momenti di appassionata partecipazione politica da parte di una grossa fetta della lista che tutti, forse, avremmo dovuto rispettare di più.
Ma se spostiamo il discorso da queste opportune e doverose considerazioni metodologiche al più complicato problema del merito, allora le riserve che ognuno di noi è costretto a mettere di fronte alla propria coscienza, prima di aderire all'appello al voto di domani, cominciano farsi ben difficili da sciogliere.
Abbiamo cercato di convincere noi stessi, prima ancora che gli altri, di quanto l'esperimento del PD potesse costituire una grandiosa opportunità di rilancio di una politica vecchia, racchiusa all'interno di cornici ideologiche che da tempo ci stavano strette. Abbiamo sperato che il baricentro dell'azione politica del neonato partito si spostasse sempre più in direzione del progresso e del rinnovamento, scacciando lo spauracchio di quelle derive clerical-conservatrici sempre in agguato data la pesante eredità DC e le collusioni con i poteri forti radical-religiosi che gran parte degli esponenti confluiti nella nuova forza politica si ritrovano caricate sulle spalle.
Abbiamo confidato in quell'unico leader capace di ricondurre la gente al piacere di partecipare e di crederci, fino in fondo.
Peccato che tutte le nostre speranze si siano fin troppo presto sgretolate sotto il peso di una politica che cambia (a fatica) i modi e i metodi, ma lascia inesorabilmente inalterata la sostanza.
Le primarie, inizialmente spacciate come l'unico sistema per decidere democraticamente chi guiderà il nuovo partito, si sono trasformate in una gigantesca messa in scena tramite la quale, in realtà, non si decide un bel niente. Alla vigilia dell'apertura dei seggi, con il sistema delle liste bloccate (ma non era uno dei difetti più disgustosi dell'attuale sistema elettorale per le politiche?) già sappiamo chi comporrà il grosso dell'assemblea congressuale (costituente). Candidare studenti fuori sede (ovviamente in posizioni all'interno delle liste che non lasciano loro alcuna speranza di elezione) diventa così un modo fin troppo semplice per far confluire voti a buon mercato su leader locali piccoli o grandi (ovviamente piazzati su ben più confortevoli posti in cima agli elenchi).
Una campagna elettorale nazionale ai limiti del grottesco e assolutamente priva di contenuti (ricordo ancora con fastidio il ridicolo botta e risposta Veltroni - Veronica Lario, o il "sono d'accordo su tutto e non sono d'accordo su niente" diventato leit motiv della stragrande maggioranza delle interviste concesse alla stampa dai candidati leader), ha fatto da degno contorno a questa sequela di bizzarrie locali.
Difficile appassionarsi a una campagna elettorale che comincia con questi presupposti, difficile trovare motivazioni per percorrere quelle poche decine di metri che separano casa nostra dal seggio, difficile crederci. Difficile dargli retta.
Conferenza nazionale nell'Aula Magna del Polo Carmignani
Le città universitarie a confronto
Atenei, enti per il diritto allo studio e amministrazioni locali discutono le iniziative da intraprendere per l'integrazione degli studenti nel tessuto delle città ospitanti
Ombelico del mondo universitario italiano. Pisa lo sarà per due giorni. La “Conferenza nazionale delle città universitarie” si svolge proprio nella città toscana e, dopo la giornata inaugurale metterà oggi a confronto alcune fra le realtà universitarie italiane più significative attraverso gli enti - aziende per il diritto allo studio, atenei e comuni - che hanno già realizzato progetti finalizzati all’integrazione degli studenti nel proprio tessuto cittadino.
La conferenza, organizzata dal Consiglio degli studenti dell’Università e promossa dall’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e dall’Andisu (Associazione nazionale degli organismi per il diritto allo studio universitario), ha come titolo “I servizi agli studenti nelle città universitarie” e si svolge nell’Aula magna del Polo Carmignani (in Piazza dei Cavalieri). “Quella di Pisa è scelta quasi naturale - spiega Antonio Santoro, presidente del Consiglio degli studenti – dato che è la città universitaria per eccellenza, con un numero di studenti altissimo rispetto al numero di residenti”.
La prima giornata si è articolata in una serie d’incontri sul tema “La costruzione di un sistema di servizi per gli studenti nelle città universitarie”. “All’iniziativa – commenta Santoro – hanno partecipato realtà universitarie provenienti da tutta Italia, non solo studenti ma anche enti per il diritto allo studio, atenei e comuni che hanno già realizzato nel loro territorio progetti miranti all’integrazione degli studenti nel tessuto cittadino ospitante, per esempio il servizio ‘Infocasa’ del nostro Dsu. La speranza è che, grazie al confronto fra città universitarie con diverse esperienze, sia possibile dare uno stimolo ulteriore alla realizzazione di progetti e servizi adeguati in un sempre maggior numero di centri universitari”.
La tavola rotonda della prima giornata dei lavori, alla quale è intervenuto anche Roberto Marino Capo Dipartimento Politiche Giovanili e Attività Sportive della Presidenza del Consiglio, è stata coordinata dal professor Angelo Baggiani, delegato ai Rapporti con gli Studenti dell’Università, che ha presentato per la prima volta in Italia un bando cofinanziato studiato appositamente per assegnare finanziamenti ministeriali ai Comuni per incentivare i servizi agli studenti. Secondo Baggiani “per attivare servizi che vadano sempre più incontro alle necessità degli studenti occorre una forte sinergia tra università, enti per il diritto allo studio e la sfera politico-amministrativa cittadina in maniera da dare un forte sostegno a quell’insieme che è la città universitaria. La situazione pisana, grazie alla collaborazione tra noi, il Dsu ed il Comune, è buona grazie al dialogo che si è sviluppato in seno alla Conferenza Università Territorio, questo ci ha spinto a convocare l’odierna conferenza per avere un confronto ravvicinato con città universitarie simili alla nostra, dunque attendiamo con interesse le relazioni degli ospiti”.
In particolare, il tema della seconda giornata è “Il diritto allo studio universitario dopo la riforma del Titolo V della Costituzione”. E’ previsto, tra gli altri, un intervento di Nando Dalla Chiesa, Sottosegretario di Stato al Diritto Studio Universitario. “E’ un modo per discutere sui progetti del governo in materia di diritto allo studio universitario- commenta Santoro, che sarà anche il coordinatore della giornata - coinvolgendo nel dibattito anche i rappresentanti delle regioni e degli enti, comuni, atenei e rappresentanze studentesche. Sarà inoltre una buona occasione per formulare proposte ed evidenziare problemi, tenendo conto del nuovo scenario aperto dalla recente riforma costituzionale. Il mio auspicio è che le istituzioni cittadine si attivino per realizzare alcuni degli obiettivi del bando cofinanziato”.
Leggete un po'..
L'ho appena trovato sul blog di Beppe Grillo:
Chi ascolta il discorso di un politico, invece di seguire le lezioni, acquista “crediti formativi”. E’ successo agli studenti universitari pisani presenti a un’orazione di Bertinotti. Chi dà il suo sostegno a un giudice che fa il suo dovere contro le cosche e le caste viene sospeso da scuola. E’ l’Italia che va... Aldo Romagnino preside del liceo scientifico “Siciliani” ha sospeso i ragazzi che hanno protestato contro la “mastellata” del trasferimento, richiesto al Csm, del pm Luigi De Magistris. Il ministero della Pubblica Istruzione manderà i suoi ispettori? Il preside sarà deferito? Qualche preside d’Italia avrà il buon gusto di dissociarsi? I cittadini italiani vanno intimiditi sin da piccoli. Se crescessero liberi e coraggiosi come i ragazzi calabresi di ammazzatecitutti domani potrebbero diventare dei nuovi pericolosi amanti di giustizia come Scopelliti e Borsellino. La P2 aveva nel suo programma il controllo e l’influenza delle istituzioni, a partire dall’informazione. Piano quasi riuscito, manca solo la magistratura. In nessun Paese democratico è stata condotta una guerra totale contro la magistratura come in Italia con decine di giudici morti ammazzati, procure lasciate senza mezzi, leggi a favore dei delinquenti. Dei ragazzi dimostrano di avere più palle e coraggio civile di tutti i parlamentari messi insieme e vengono sospesi. Fate come loro e gridate, come gridano loro nelle piazze di Calabria, “1,100,1000 De Magistris”. L’8 ottobre il Csm si pronuncerà sulla richiesta di trasferimento di De Magistris, un mese dopo il V-day. Stay tuned.
Vincenzo Santoro, ufficio Cultura, Sport e Politiche Giovanili ANCI
Tavola rotonda: Comuni di Roma, Vercelli, Cosenza, Genova, ERSU di Catania, ARDSU di Ferrara,ESU di Padova. Coordina Angelo Baggiani, delegato ai Rapporti con gli Studenti, Università di Pisa
Martedì 9 ottobre
ore 9.30
Il Diritto allo Studio Universitario dopo la riforma del Titolo V della Costituzione
Presiede Feliciano Polli, Responsabile nazionale Università e Innovazione ANCI
Introduzione di Norberto Tonini, segretario generale ANDISU
Gianfranco Simoncini, assessore DSU Regione Toscana
Interventi dei Comuni di Cagliari e Bologna
Coordina Antonio Santoro, presidente del Consiglio degli Studenti dell’Università di Pisa
Intervento di Nando Dalla Chiesa, Sottosegretario di Stato al Diritto Studio Universitario
Sarà presto disponibile il programma della Conferenza Nazionale delle Città Universitarie, che si svolgerà a Pisa nei giorni 8 e 9 ottobre prossimi.
L'iniziativa vedrà la partecipazione di alcune fra le realtà universitarie da tutta Italia (enti per il DSU, atenei, comuni) che, in linea con quanto concordato nel protocollo di intesa firmato nel 2003 da ANCI-CRUI-ANDISU-CNSU, hanno già realizzato con successo nel proprio territorio progetti finalizzati all'integrazione degli studenti nel tessuto cittadino ospitante.
Ci auguriamo che lo scambio di idee e di esperienze che ne deriverà possa costituire un efficace stimolo per esperimenti simili nelle altre città universitarie del paese, anche alla luce degli stanziamenti ministeriali assegnati ai comuni tramite apposito bando che verrà presentato per la prima volta in Italia durante la tavola rotonda pisana.
La presenza del Sottosegretario al Ministero dell'Università e della Ricerca ci consentirà di conoscere e approfondire, nella seconda sessione di lavoro, i progetti del Governo in materia di diritto allo studio universitario, con un ampio dibattito che coinvolgerà rappresentanti delle regioni e degli enti, comuni, atenei e rappresentanze studentesche. Il confronto fra governo nazionale ed enti locali, in particolare, costituirà una valida occasione per formulare proposte ed evidenziare problemi, tenendo conto del nuovo scenario aperto dalla recente riforma del Titolo V della nostra Costituzione.
La Conferenza Nazionale delle Città Universitarie, organizzata dal Consiglio degli Studenti dell'Università di Pisa e promossa da ANCI(Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e ANDISU (Associazione Nazionale degli Organismi per il Diritto allo Studio Universitario), si svolgerà nei giorni 8 e 9 ottobre prossimi, secondo un calendario ancora in fase di elaborazione. Il ciclo di incontri previsto avrà per tema “I servizi agli studenti nelle Città Universitarie” e vedrà la partecipazione, fra gli altri, del Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive, Giovanna Meandri, del Sottosegretario al Ministero dell'Università e della Ricerca, on. Nando Dalla Chiesa, del Presidente dell'ANDISU, Pietro Brandmayr e del Presidente dell’ANCI Toscana, Paolo Fontanelli. L'evento, che richiamerà nelle strutture del nostro ateneo rappresentanti di realtà universitarie da tutta Italia, vuole costituire un efficace momento di scambio di idee e di esperienze utile a favorire la promozione e la pubblicizzazione di progetti che abbiano come principale obiettivo quello di rendere più sostenibile la presenza degli studenti nelle comunità cittadine ospitanti. Il richiamo alla specificità dello status di Città Universitaria quale soggetto destinatario di progetti specifici e finanziamenti mirati non può che costituire, in questa prospettiva, un contributo fondamentale sulla strada di quella maggiore integrazione degli studenti nel territorio che da sempre chiediamo con forza.
E' andata come nessuno di noi si aspettava. Non è bastato l'eccellente risultato pisano in termini di consenso portato alla lista, nè l'entusiasmo e l'impegno col quale tanti compagni della sinistra toscana mi hanno appoggiato e sostenuto. L'angosciante debolezza delle liste di sinistra sul piano nazionale, unito al cinico gioco delle preferenze individuali (le nove schede nelle urne del mio ateneo e le elezioni degli organi centrali spalmate su tre giorni non potevano che rendere tutto più complicato), ci hanno condannato anche quest'anno e messo perentoriamente fuori gioco.
Voglio ringraziare di cuore lo straordinario gruppo pisano di Sinistra per.. che mi ha permesso di vivere questa indimenticabile esperienza in giro per l'Italia, i compagni della Sinistra Universitaria di Siena per l'impegno e l'affetto, tutta la Sinistra Giovanile toscana per il sostegno incondizionato al progetto di portare finalmente una rappresentanza della nostra regione all'interno del CNSU e tutti quelli che nelle più remote facoltà del collegio hanno creduto in me e scritto il mio cognome sulla scheda. Il nostro percorso non finisce qui, una semplice sconfitta elettorale non può in alcun modo cancellare quello straordinario patrimonio di esperienze messe insieme con passione in questi giorni.
In una fase caratterizzata da grandi cambiamenti nel sistema universitario del nostro paese, occorre più che mai un forte rilancio del ruolo della rappresentanza studentesca in tutti i processi di riforma. Per questo motivo è necessario che ogni studente faccia sentire la propria voce recandosi ai seggi del proprio ateneo il 16 e 17 maggio prossimi, per le elezioni del nuovo Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari.
La recente riforma della didattica (DM 509/99) ha sconvolto completamente il vecchio modo di vivere gli atenei da parte di docenti e studenti, aprendo di fatto la comunità accademica alle nuove sfide dell’università di massa. A tutto questo non si sono accompagnati quegli interventi necessari a rendere sostenibile un modo del tutto nuovo di concepire il sistema, con risultati che hanno generato incertezza, compromesso la qualità della didattica offerta dalle nostre facoltà e pregiudicato il valore dei titoli acquisiti dai laureati italiani.
L'attuale struttura della formazione nel nostro paese non è ancora in grado di garantire un accesso al sapere libero e di qualità per tutti. Il frenetico ricorso allo strumento del numero chiuso da parte di molti atenei e gli sbarramenti tra il primo e il secondo livello introdotti dal DM 270/04 hanno tolto il velo alla consapevolezza di essere parte di un sistema che non riesce a garantire a tutti l'accesso ai più alti livelli della formazione universitaria. La persistenza del paradossale e grottesco fenomeno degli idonei non beneficiari di borsa diventa l'emblema di un diritto allo studio incapace di soddisfare i più infimi requisiti di garanzia di accesso da parte dei più deboli.
E' arrivato il momento di restituire all'Università la necessaria centralità nella crescita civile ed economica del nostro paese. Per far questo occorre, in particolare:
-Procedere a una radicale riforma del sistema del diritto allo studio, con la necessaria previsione di livelli minimi qualitativi e quantitativi dei servizi erogati omogenei su tutto il territorio nazionale, un aumento generale dei finanziamenti per le borse di studio e il superamento dello scandaloso fenomeno, tutto italiano, degli idonei non beneficiari.
-Porre in essere un sistema di valutazione serio ed efficace, che permetta una sana attuazione dell’autonomia universitaria e una competizione verso l’alto degli atenei basata su parametri di qualità.
-Arginare le derive classiste e le insidie applicative della nuova riforma della didattica targata Moratti-Mussi (DM 270/04), limitando il più possibile il ricorso allo strumento del numero chiuso per l’iscrizione ai corsi ed eliminando qualsiasi forma di sbarramento tra il primo e il secondo livello. Contestualmente, occorre lavorare sulla sostenibilità dei curricula didattici, procedendo a una riforma delle classi di laurea che le renda più vicine alle reali esigenze dello studente, mettendo freno alla proliferazione incontrollata dei corsi di studio e alla frammentazione dei programmi d’esame. Occorre, in ogni caso, ribadire la centralità del valore legale del titolo di studio.
-Prevedere un aumento consistente dei finanziamenti agli atenei, adeguando la spesa italiana per l’Università all’attuale media europea, pari al 2% del PIL. Tutto ciò anche nell'ottica del rifiuto di qualsiasi ipotesi di aumento delle tasse universitarie a carico degli studenti
-Procedere a una generale revisione dello status giuridico del personale docente, che ne renda finalmente chiari diritti e doveri, anche mediante meccanismi di contrattualizzazione della professione di professore universitario. A tal fine occorre riformare le procedure di reclutamento e di avanzamento di carriera dei docenti, privilegiare meccanismi meritocratici nelle progressioni stipendiali, nonchè superare la precarizzazione della figura del ricercatore indotta dalla riforma Moratti.
- Riformare il sistema di governance degli atenei, individuando un ragionevole punto di incontro tra i principi di democraticità e partecipazione nelle decisioni e le necessarie esigenze di efficienza nella gestione delle strutture. Occorre aumentare e rafforzare la rappresentanza studentesca all'interno degli organi di governo e rilanciare il ruolo delle commissioni paritetiche e dei Consigli degli Studenti nell'ambito dei meccanismi decisionali alla base del funzionamento delle nostre università.
- Prevedere sgravi fiscali e particolari prerogative per le categorie svantaggiate di studenti (lavoratori, disabili, fuori sede, ragazze madri, ecc). In particolare, è necessario il riconoscimento dello status giuridico dello studente lavoratore, con apposite norme che ne facilitino l'accesso ad appelli straordinari e orari di ricevimento ad hoc.
- Incentivare la mobilità internazionale degli studenti, aumentando la consistenza dei finanziamenti per l'attivazione di progetti socrates/erasmus e di borse di studio per tesi di laurea all'estero.
- Favorire l'integrazione degli studenti con il territorio nelle città universitarie, nell'ambito di un rapporto "simbiotico" tra Comuni, Atenei e Aziende per il Diritto allo Studio. Tutto ciò anche mediante la previsione di finanziamenti finalizzati all'attuazione di iniziative quali le agenzie per la casa e le carte studenti, nonchè l'istituzione di consulte e tavoli di concertazione università-territorio. A tal fine, occorre lavorare per un serio rilancio del protocollo di intesa ANCI-CRUI-ANDISU-CNSU, siglato nel 2003 ma rimasto finora sostanzialmente inattuato nella maggior parte delle città universitarie italiane.
- Rilanciare il ruolo dello sport come fattore di aggregazione sociale di tutti gli studenti. A tal fine occorre riformare i comitati di gestione delle strutture, prevedere la costruzione di nuovi impianti e facilitare l'accesso a quelli già esistenti da parte del maggior numero possibile di studenti.
Saranno questi i temi principali sui quali si concentrerà la nostra azione propositiva e di controllo all’interno del CNSU. Per aiutarci a dare più forza alle nostre idee, chiediamo il vostro sostegno alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari.
Il 16 e 17 maggio al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari
vota:
SANTORO
* Per votare occorre barrare il simbolo della lista e scrivere il nome e cognome (o solo il cognome) del candidato.
Si vota il 16 Maggio dalle 8.30 alle 19.00 e il 17 Maggio dalle 8.30 alle 14.00. Scheda Gialla.
Il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) è l’organo di rappresentanza
nazionale degli studenti, con compiti propositivi e consultivi su
tutto ciò che concerne provvedimenti governativi e progetti di legge
sull’Università.
Abbiamo deciso di candidarci per le prossime elezioni dell’organo allo
scopo di dare una dimensione nazionale ai principi e alle politiche per i
quali ci siamo sempre battuti nel nostro Ateneo. Proprio per questo motivo
riteniamo fondamentale una drastica riforma del C.N.S.U., nella direzione
di un rafforzamento dei suoi poteri e di un suo avvicinamento ai problemi
che gli studenti vivono giorno per giorno nelle nostre Università.
In una fase di grandi cambiamenti per il sistema della formazione e della
ricerca vogliamo ribadire la centralità delle rappresentanze studentesche
in tutti i processi di riforma. Un solido collegamento con le istituzioni nazionali
ci consentirebbe inoltre di garantire un efficace flusso di informazioni
alle battaglie che con costanza portiamo avanti ogni giorno nei nostri atenei.
Una didattica sostenibile e aperta alle nuove sfide dell’Università di
massa, un sistema di garanzia di diritto allo studio efficiente e omogeneo
su tutto il territorio nazionale, una valutazione degli atenei realmente incentrata
su parametri di qualità, il riconoscimento dello status giuridico del
personale docente saranno i temi sui quali si concentrerà la nostra azione
propositiva e di controllo all’interno del CNSU.
Per tutti questi motivi, il 16 e il 17 maggio prossimi (e non invece il 15 maggio
come per gli altri organi del nostro ateneo), chiediamo il sostegno degli
studenti al nostro candidato e alla lista unica distrettuale che abbiamo
deciso di sottoscrivere, nella convinzione che l’efficacia di una seria rappresentanza
politica sul territorio non possa prescindere da una organica
progettualità sui temi nazionali.
Stretta nella morsa delle incombenti necessità di risanamento dei conti pubblici, la finanziaria 2007 si presenta come una della manovre economiche più difficili della storia repubblicana. Il completo dissesto del bilancio dello stato, lasciato in eredità dal governo della destra, ha concesso all'attuale esecutivo guidato da Romano Prodi ben pochi margini di azione, rendendo velleitari e assolutamente poco verosimili i proclami lanciati in campagna elettorale dall'ambizioso programma dell'Unione.
Dal punto di vista dei provvedimenti in materia di università, in particolare, la finanziaria disattende completamente quasi tutti i punti programmatici, dall'aumento dei finanziamenti agli atenei alla copertura con borsa di studio di tutti gli idonei, dal piano straordinario di nuove assunzioni (che con gli attuali finanziamenti stanziati non copre che poco più di 1700 nuovi ricercatori a fronte dei 60.000 precari in attesa) alla millantata promozione della qualità in tutti gli atenei.
“..occorre varare un piano d’incremento, che comprenda anche le risorse umane, e che permetta di raggiungere, entro la fine della legislatura, l’attuale media europea, pari al 2% del PIL”, si leggeva nel programma dell'Unione nel punto sui finanziamenti al sistema universitario italiano. Peccato che in questa prima finanziaria, tra decreto Bersani (riduzione del 20% di tutte le spese di funzionamento degli enti) e finanziamento all'FFO (il cui aumento di un risicatissimo 0,9% è inferiore al tasso programmato di inflazione), il saldo dei trasferimenti registri un inquietante passivo che continua a relegare il nostro paese, con un misero 0,88% del PIL, agli ultimi posti fra i paesi OCSE (media 1,2%) e lontanissimo dai numeri degli USA (2,6% compresi gli stanziamenti privati) in tema di finanziamento pubblico all'Università.