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In un articolo recentemente apparso su la Repubblica, Ilvo Diamanti trae spunto dalla triste vicenda dell'omicidio di Meredith per riflettere sul particolarissimo universo delle decine di città universitarie che costellano il nostro paese, le sue contraddizioni, il difficile rapporto fra una presenza studentesca talvolta invasiva e il tessuto cittadino ospitante. Pensando a Perugia come alla minuscola Urbino, Diamanti descrive una sorta di sindrome da “spaesamento”, comune ai piccoli centri urbani dotati di grossi atenei. I vecchi abitanti non percepiscono più la città come “propria” e, complici i prezzi esorbitanti degli immobili in affitto, preferiscono trasferirsi in periferia, abbandonando il centro storico alla vorace espansione della comunità studentesca. Una comunità che vive di regole proprie, consuetudini e comportamenti non sempre compatibili con quelli della popolazione autoctona.
Quartieri di consumatori e utenti di servizi, ma non di cittadini. Gli studenti fuori sede non eleggono il sindaco, il quale spesso guarda alla loro presenza come a un impiccio più che a una risorsa. Con le loro rappresentanze costituiscono un forte e nutrito gruppo di pressione per i governi degli atenei (i cui bilanci sono talvolta ben più corposi di quelli dei comuni che li ospitano) e per le amministrazioni regionali (alle quali sono demandati compiti di gestione del diritto allo studio universitario), ma è come se non esistessero per le giunte cittadine. Col tempo estirpano progressivamente le proprie radici dalla vecchia terra di origine, senza però affondarne altre nella nuova. Il risultato è una sorta di comunità di giovani “apolidi”, domiciliati non residenti, autoprivatisi di ogni certezza e scaraventati poco più che diciottenni in un mondo senza regole.
Un contesto sociale, quello delle piccole città universitarie, in grado di produrre mostri. Un retroterra che “rende possibili” e “spiegabili” fatti come la tragedia di Perugia. La lontananza dalla famiglia, dalle istituzioni, dalle regole, favorisce la perdita di qualsiasi punto di riferimento, genera disorientamento e, soprattutto, solitudine. Perfino il nido domestico, considerato fonte di certezze assolute negli anni della fanciullezza e della vita in famiglia, diventa elemento di ulteriore precarietà. Uno studente fuori sede cambia casa diverse volte in pochi anni e l’appartamento preso in affitto, pur pagato profumatamente, rimane sempre provvisorio, incerto, temporaneo. Nel continuo trasloco degli effetti e degli affetti sta il paradosso di una instabilità perpetua, una sensazione di viaggio continuo che accompagnerà l’individuo lungo tutti gli anni della giovinezza.
Un mondo senza limiti, dunque, una comunità fluida dove gli amici, la casa e gli affetti vanno e vengono, dove le relazioni sociali perdono ogni tipo di stabilità, dove migliaia di individualità si incontrano senza instaurare alcun tipo di legame. La personalità propria dell’individuo svanisce progressivamente a favore di un universo alienante, nel quale si continua ad esistere solo in funzione del nuovo contratto sociale che si firma facendo ingresso nel luogo, o meglio del “non luogo”, nel quale si è costretti giocoforza a traslocare.
Postato 17/11/2007
alle ore 03:12
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Categorie del post: attualit, universit, pisa Grazie per i vostri commenti|commenti (3)